Che cosa garantisce la certificazione Cradle to Cradle

Che cosa garantisce la certificazione Cradle to Cradle

Cradle to Cradle non attesta la conformità a nessuna norma europea. Ma vi fa lavorare proprio dove l’Europa sta scrivendo le regole.

La certificazione Cradle to Cradle (C2C) è uno schema privato e volontario, e come tale va trattata. Per chi produce tessuti, pelli o accessori è però uno dei pochi standard che chiedono di esaminare insieme chimica dei materiali, fine vita, energia, acqua e condizioni di lavoro: gli stessi ambiti su cui l’Unione europea sta definendo nuovi requisiti. L’utilità è concreta, i limiti sono precisi. Conviene tenerli distinti.

In breve: i dati raccolti per C2C vi serviranno, ma il marchio non sostituisce un obbligo di legge e non vi autorizza a presentare l’azienda come “circolare”.

Cosa cambia con la versione 5.0

Lo standard Cradle to Cradle Certified è gestito dal Cradle to Cradle Products Innovation Institute. La versione in vigore è la 5.0, pubblicata il 10 febbraio 2026 ed effettiva dal 16 marzo 2026. I prodotti certificati con versioni precedenti devono passare alla nuova secondo la politica di transizione dell’istituto (Cradle to Cradle Products Innovation Institute, 2026). Chi cita ancora la versione 4.0 del 2021 è indietro di due revisioni.

Le categorie di valutazione restano cinque:

salute dei materiali;
circolarità del prodotto;
aria pulita e protezione del clima;
gestione dell’acqua e del suolo;
equità sociale.

Per ciascuna sono previsti quattro livelli: Bronze, Silver, Gold, Platinum. Il livello complessivo del prodotto coincide con il più basso ottenuto nelle cinque categorie.

Durata

La certificazione vale tre anni. Il livello Bronze, pensato come punto di partenza, si può mantenere al massimo per sei anni; poi occorre passare a Silver, salvo eccezioni motivate e dichiarate pubblicamente (Cradle to Cradle Products Innovation Institute, 2026).

Budget

In sede di pianificazione, la certificazione va intesa come un impegno di miglioramento con scadenze definite.

La circolarità si decide nel progetto

La Ellen MacArthur Foundation ha quantificato il problema (Ellen MacArthur Foundation, 2017):

Riciclo in nuovi capi

Meno dell’1%

È la quota del materiale usato per produrre abbigliamento che viene riciclata in nuovi capi.

Rifiuti tessili

Un camion al secondo

Ogni secondo l’equivalente di un camion di rifiuti tessili finisce in discarica o all’incenerimento.

Valore perso

Oltre 500 miliardi di dollari

Si perdono ogni anno per il sottoutilizzo dei capi e la mancanza di riciclo.

Sono stime globali di quasi dieci anni fa, ma il meccanismo che descrivono resta valido. Il riciclo fallisce soprattutto a monte, quando un capo viene progettato con:

miscele di fibre non separabili;
finissaggi che contaminano il flusso di riciclo;
accessori non smontabili.

Qui lo standard dà un contributo concreto. La categoria circolarità chiede di stabilire in anticipo se il prodotto è destinato a un ciclo tecnico o biologico, di verificare che i materiali siano compatibili con quel ciclo e di progettare per il disassemblaggio. La categoria salute dei materiali impone l’inventario e la valutazione delle sostanze presenti. Per una PMI che fornisce grandi marchi sono informazioni che con ogni probabilità verranno chieste comunque.

Il marchio non sostituisce la legge

Il Regolamento ESPR stabilisce che il contenuto del Passaporto digitale di prodotto (DPP) sarà definito, gruppo per gruppo, dagli atti delegati, e che gli obblighi di informazione dovranno consentire di tracciare le sostanze che destano preoccupazione (Regolamento (UE) 2024/1781, 2024, artt. 7-10). Per tessili e abbigliamento l’adozione dei requisiti è indicata per il 2027 (Commissione europea, 2025).

I dati raccolti per C2C, dall’inventario dei materiali ai consumi energetici, potranno essere utili. Ma nessuna certificazione privata sostituisce un requisito di legge: formato e contenuto del DPP li stabilirà l’atto delegato.

Poi c’è la comunicazione. Dal 27 settembre 2026 si applica la Direttiva (UE) 2024/825, recepita in Italia con il D.Lgs. 30/2026. Due divieti riguardano direttamente chi espone un marchio come C2C (Direttiva (UE) 2024/825, 2024, art. 1 e allegato; Decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30, 2026, art. 1):

01
Marchi di sostenibilità senza certificazione. È sempre scorretto esibire un marchio che non sia basato su un sistema di certificazione (verifica di terza parte indipendente, accesso aperto, requisiti definiti con esperti e portatori di interessi, procedure per le non conformità) o istituito da autorità pubbliche.
02
Un aspetto spacciato per il tutto. È vietato riferire al prodotto nel suo complesso, o all’intera azienda, un’asserzione che riguarda un solo aspetto.

Un prodotto certificato Bronze non fa di voi un’azienda “circolare”. Comunicate il livello ottenuto e il punteggio per categoria.

Se volete capire quanti dei dati richiesti da C2C avete già e quali vi serviranno comunque per l’ESPR, scriveteci a info@geafactory.com.

Sostenibilità senza giri di parole.

Riferimenti

Commissione europea. (2025). Ecodesign for sustainable products and energy labelling working plan 2025-2030 (COM(2025) 187 final). eur-lex.europa.eu

Cradle to Cradle Products Innovation Institute. (2026). Cradle to Cradle Certified® product standard (full scope), version 5.0. c2ccertified.org

Decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30. (2026). Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie Generale n. 56 del 9 marzo 2026. gazzettaufficiale.it

Direttiva (UE) 2024/825. (2024). Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 2024/825. eur-lex.europa.eu

Ellen MacArthur Foundation. (2017). A new textiles economy: Redesigning fashion’s future. ellenmacarthurfoundation.org

Regolamento (UE) 2024/1781. (2024). Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 2024/1781. eur-lex.europa.eu

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