Il ritiro della Green Claims non vi ha salvato

Il ritiro della Green Claims non vi ha salvato

Qualcuno nel settore moda ha tirato un sospiro di sollievo quando la direttiva Green Claims si è fermata. Ha fatto male i conti, perché le regole che contano sono già legge.

Dal 27 settembre si applicano in Italia le nuove norme sulle asserzioni ambientali, già inserite nel Codice del Consumo. Nessuno vi chiederà un certificato prima di pubblicare un claim. Ma alcune formulazioni sono vietate e basta, e l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) non deve nemmeno dimostrare che il consumatore sia stato ingannato.

Se fate moda, conviene rileggere tutto: cartellini, schede prodotto, pagina sostenibilità, post social.

Cosa cambia, in concreto

La Direttiva (UE) 2024/825 è stata recepita con il D.Lgs. 30/2026, che modifica gli articoli 18, 21, 22 e 23 del Codice del Consumo. Il punto decisivo è l’art. 23, cioè la lista delle pratiche ingannevoli in ogni caso. Da questo mese ci entrano cinque cose.

Le parole generiche. “Ecologico”, “verde”, “rispettoso dell’ambiente”, “biodegradabile”, “a base biologica” sono vietate, a meno che non possiate dimostrare un’eccellenza riconosciuta: Ecolabel UE, un marchio di tipo I secondo EN ISO 14024 ufficialmente riconosciuto, o le migliori prestazioni previste dal diritto UE.
Il “carbon neutral” comprato. Se la neutralità del prodotto si regge su crediti di compensazione, non la potete più scrivere sul prodotto.
La parte spacciata per il tutto. Una fodera in materiale riciclato non fa diventare sostenibile la giacca.
I bollini fatti in casa. Un’etichetta di sostenibilità senza certificazione di terza parte, o non istituita da un’autorità pubblica, non è ammessa.
L’obbligo di legge venduto come merito. Rispettare la norma non è un tratto distintivo dell’offerta.

Cambiano anche le promesse sul futuro. “Net zero al 2050” è ingannevole se non c’è dietro un piano dettagliato, con traguardi misurabili e verificato periodicamente da un terzo indipendente (art. 21).

Sanzioni

da 5.000 € a 10 milioni €

Onere della prova

L’Autorità può chiedervi le prove, e se mancano o sono insufficienti i vostri dati si considerano inesatti (art. 27, commi 5 e 9). L’onere della prova è vostro.

Vendete solo ad altre imprese? Vi riguarda lo stesso

Le regole colpiscono chi parla al consumatore: marchi, e-commerce, pubblicità. Una conceria, una tintoria o un terzista B2B non ne è destinatario diretto, ma ne paga gli effetti. Il brand che scrive “pelle a basso impatto” o “cotone riciclato” deve dimostrarlo, e i dati li deve chiedere a voi.

La nostra previsione

Nei prossimi mesi le richieste di documentazione lungo la filiera aumenteranno e saranno molto più precise di quelle arrivate finora. Chi ha già i numeri pronti sarà il fornitore più comodo da tenere.

I sette controlli da fare adesso

01
Censite tutte le asserzioni in uso, ambientali e sociali: cartellini, packaging, e-commerce, cataloghi, pagine sostenibilità, social.
02
Sostituite i termini generici con fatti misurabili. Non “eco”, ma “fodera in poliestere riciclato al 70%, certificato GRS”.
03
Togliete “carbon neutral”, “a impatto zero” e “compensato” dal prodotto se si basano su crediti. I vostri investimenti in progetti ambientali potete continuare a raccontarli, purché senza attribuirne l’effetto al prodotto.
04
Tenete solo i marchi certificati da terzi o pubblici. I badge creati internamente vanno eliminati.
05
Collegate ogni asserzione alla parte precisa del prodotto o dell’attività a cui si riferisce.
06
Accompagnate gli obiettivi futuri con un piano pubblico, traguardi intermedi e verifica indipendente periodica.
07
Costruite un fascicolo di prova per ogni claim, con dati, metodo (per esempio LCA secondo ISO 14040/14044 o impronta di carbonio di prodotto secondo ISO 14067), certificati, data di aggiornamento e responsabile interno.

Il settimo è quello che tutti rimandano. È anche l’unico che l’Autorità vi chiederà.

L’AGCM non ha aspettato settembre

Agosto 2025 · Shein

1 milione €

Multata la società che gestisce l’e-commerce europeo di Shein. I rilievi riguardavano i messaggi su circolarità e riciclabilità, le fibre “green” della linea evoluSHEIN by Design e un obiettivo di −25% di emissioni al 2030, smentito dalle emissioni in crescita nel 2023 e nel 2024.

Pochi giorni prima · Armani

3,5 milioni €

Sanzionate Giorgio Armani S.p.A. e G.A. Operations S.p.A. Le dichiarazioni etiche non erano coerenti con le condizioni di lavoro presso fornitori e subfornitori di pelletteria.

Nel caso Shein l’Autorità ha ricordato che chi opera in un settore molto inquinante ha un dovere di diligenza maggiore. Il messaggio è chiaro: l’Autorità guarda anche i claim sociali, e guarda lungo tutta la filiera, fino ai terzisti.

E la Green Claims?

La proposta del 2023 prevedeva una verifica di terza parte prima di ogni claim. A giugno 2025 la Commissione ha annunciato di volerla ritirare, e a settembre 2026 la procedura è ancora ferma. Aspettarla per organizzarsi è una scommessa persa in partenza.

Il criterio che funziona oggi, e funzionerà comunque vada, è semplice. Ogni claim deve:

essere specifico
essere dimostrabile con dati
non dire una parola più di quanto i dati dimostrino

Se volete sapere quali dei vostri claim reggono al 27 settembre e quali no, scriveteci a info@geafactory.com.

Sostenibilità senza giri di parole.

Riferimenti

  • AGCM, PS12709 – Shein, comunicato del 4 agosto 2025
  • AGCM, PS12793 – Giorgio Armani S.p.A. e G.A. Operations S.p.A., comunicato del 1° agosto 2025
  • Commissione europea, COM(2023) 166 final
  • D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 (Codice del Consumo)
  • D.Lgs. 20 febbraio 2026, n. 30 (GU n. 56 del 9 marzo 2026)
  • Direttiva (UE) 2024/825
  • Parlamento europeo, Legislative Train Schedule – Substantiating and communicating green claims

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